TROPPA EUROPA PER L’ISLANDA
Con un referendum gli Islandesi hanno deciso di fermare il processo di ingresso del loro paese nell’Unione Europea

Purtroppo (o per fortuna, a seconda dell’orientamento politico di chi giudica) l’Europa sta virando nettamente a destra. E finché si tratta di una normale alternanza fra destra e sinistra, nessuno dovrebbe dolersi più di tanto, perché in fondo sono le regole del gioco democratico: chi ha la maggioranza governa, gli altri all’opposizione; se gli elettori sono soddisfatti della politica del governo riconfermano gli uscenti, in caso contrario hanno tutto il diritto di tentare una strada diversa.
Il problema sono le formazioni sovraniste all’estrema destra, con capofila AFD (Alternative für Deutschland) in Germania, reduce da una sonante vittoria in Sassonia nella quale ha sfiorato la maggioranza dei consensi; ma in quasi tutti gli Stati dell’Unione sono presenti partiti on the border, ai limiti della tolleranza pluralistica, di matrice spesso razzista, nettamente inclini alla violenza, e sicuramente antieuropeiste.
Che queste formazioni abbiano gioito per il risultato del recente referendum svoltosi in Islanda - col quale la maggioranza ha deciso di sospendere i negoziati con l’Unione Europea per finalizzare l’adesione degli Islandesi all’UE - non è quindi una sorpresa. Ma questa volta, a differenza dell’uscita del Regno Unito che è stata disastrosa sia per l’Europa che per la perfida Albione, si può ritenere che gli Islandesi abbiano avuto ragione, pur essendo chi scrive fortemente convinto della necessità di rafforzare l’UE. E soprattutto che alla fine questa decisione non sia tutto sommato negativa per l’Unione, ma che anzi possa rappresentata una salutare sferzata per correggere le distorsioni che sono evidenti anche a chi apprezza la costruzione europea.

Intanto non si tratta di una sconfitta o una delegittimazione per l’Unione, o di una sua perdita generalizzata di appeal politico, perché molti sono ancora gli Stati che stanno bussando alle porte di Bruxelles: Moldavia, Ucraina, Serbia, Montenegro. E d’altra parte, le dimensioni dell’Islanda sono – rispetto a quelle dell’Inghilterra – molto piccole: si tratta di 400.000 abitanti, e anche se l’affluenza alle urne è stata massiccia (ha votato l’82,5% degli elettori), alla fine la differenza l’hanno fatta 12.000 elettori. Una costruzione storica e solida come l’Unione non può ragionevolmente essere messa in discussione da qualche decina di migliaia di volonterosi.
Ma andando a vedere le probabili motivazioni che hanno portato gli Islandesi a fermare il processo di adesione, si scopre che essi hanno preferito mantenere la loro autonomia su attività economiche quali pesca e agricoltura, fortemente regolamentate a Bruxelles, con l’imposizione ai paesi membri di stringenti limiti alle quantità prodotte, che avrebbero certamente penalizzato l’Islanda, che proprio sulla pesca in particolare basa la sua economia. E bisogna riconoscere che questi limiti sono spesso eccessivi anche per noi: molto spesso ci troviamo a vedere fortemente disciplinate microattività le cui motivazioni spesso sfuggono anche ai commentatori più europeisti.

Del resto l’Islanda, avendo un PIL pro-capite nettamente superiore a quello medio europeo, sarebbe stata un sicuro contributore netto alle finanze di Bruxelles, al contrario degli Stati in attesa di entrare, che sono invece attratti senza dubbio dalla prospettiva di essere ampiamente sovvenzionati dal bilancio UE.
Come dire che Bruxelles è un polo di attrazione solo per i più poveri, mentre i ricchi se ne tengono lontani. Una sorta di redistribuzione di risorse finanziarie dai paesi a maggior reddito a quelli più disagiati. E certamente l’Islanda preferisce tenersi le sue risorse e la sua autonomia sulla pesca anche a costo di rinunciare all’Euro, che certo avrebbe contribuito ad alleviare il peso della loro inflazione piuttosto alta.
Quanto al resto, l’Islanda ha ormai consolidati e soddisfacenti rapporti con l’UE, che vanno dall’area di libero scambio all’applicazione dell’accordo di Schengen, e i suoi cittadini hanno ritenuto che basti così, che non c’è bisogno di rafforzarli con misure che toglierebbero loro un po’ di autonomia.

C’è poi tutta la parte di ordine strategico e militare, che non è da sottovalutare. La regione del Nord Europa è oggi uno dei punti nevralgici della terra, per la posizione di accesso privilegiato all’Artide attraverso la Groenlandia, non a caso presa di mira dalle farneticanti aspirazioni neocolonialiste di Trump, ma guardata con attenzione anche da Cina e Russia. E questo, non solo per motivi geopolitici, ma anche per brutali ragioni economiche, dato che quella parte di mondo sembra ricca delle ormai mitiche “terre rare” e della capacità di raffreddare i giganteschi data center dove si fa lavorare l’intelligenza artificiale, che impiega quantità enormi di energia e che necessita di adeguato raffreddamento, sempre più difficile da ottenere altrove in tempi di surriscaldamento globale.
Questa parte è sicuramente la più delicata, e magari un domani i fieri Islandesi potrebbero pentirsi amaramente della scelta fatta, così come si sta pentendo l’attuale governo britannico che, consapevole del disastro che questo ha provocato per loro, stanno pensando a come riavvolgere il nastro. Che purtroppo non sarà possibile.
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