L’ITALIA TRA ALGORITMI E LAVORO
Come l’intelligenza artificiale sta ridisegnando il mercato del lavoro italiano, tra opportunità concrete e divari da colmare

Che l’intelligenza artificiale (IA) sia in grado di cambiare le nostre vite è ormai pressoché sicuro, in che modo e con quale velocità possa farlo stiamo cominciando ora a capirlo. Fra gli ambiti che più saranno influenzati dall’incombenza delle chatbots, sicuramente uno dei più sensibili è quello del lavoro: molti dei lavori tradizionali stanno scomparendo (o sono già scomparsi), ma alcune nuove occupazioni si affacciano sul panorama. Come in tutte le cose, il cambiamento produce rischi e opportunità.
Cerchiamo di capire, pur in modo molto sintetico, cosa sta succedendo nel mondo del lavoro e quale futuro possiamo immaginarci.
Nella zona industriale di Area Science Park di Trieste, la startup AIM (Artificial Intelligence Monitoring) ha ridotto del 40% i guasti nei macchinari di 12 aziende manifatturiere italiane, usando algoritmi di deep learning. "Prima intervenivamo quando il macchinario si rompeva. Ora l’IA ci avvisa 48 ore prima, risparmiando 200.000 euro l’anno", racconta l’ingegner Luca Marini. Un esempio di come l’IA possa essere la salvezza anche per le PMI, non solo per i giganti dell’industria.

I dati del 2026 mostrano un’Italia a due velocità: mentre il 71% delle grandi imprese ha adottato l’IA, solo il 7% delle PMI lo ha fatto, con un divario Nord-Sud che vede il Sud fermo al 5%. Chi sta guidando il cambiamento? E chi rischia di restare indietro?
Secondo l’ISTAT, l’automazione è in decisa crescita: Il 28% delle mansioni ripetitive in manifatturiero e logistica è già gestito dall’IA. Emergono nuovi lavori: domanda esplosa per ruoli come "trainer di chatbot" (+80% nel 2025) e "tecnici di manutenzione 4.0" (stipendio +20%).
I lavori più a rischio sono: addetti alla contabilità (-22%), operai di catena (-15%) e impiegati amministrativi (-18%). Il paradosso è che solo il 19% dei lavoratori usa strumenti di IA forniti dall’azienda; gli altri si affidano a soluzioni "fai-da-te", spesso non sicure.

Fra le storie di chi ha già cambiato il gioco, la prima è quella di cui si parlava all’inizio. AIM, che usa l’IA per prevenire guasti nei macchinari, riducendo i fermi produzione e risparmiando 200.000 euro l’anno alle aziende clienti. "L’IA non sostituisce i tecnici, li rende più efficaci", spiega l’azienda.
Screevo: “la voce che libera le mani”. A Roma, Screevo permette ai tecnici di inserire dati vocali nei sistemi aziendali, risparmiando il 40% del tempo. "I dipendenti ora si occupano di analisi, non di digitare numeri", dice il fondatore Domenico Crescenzo.
Trengo: “Il chatbot che fidelizza i clienti”. A Milano, Trengo usa agenti IA per gestire le richieste semplici e ripetitive in un'unica casella di posta da qualunque mezzo arrivino (WhatsApp, e-mail, web, social media e chiamate), riducendo i ticket di assistenza del 30% e aumentando la soddisfazione clienti del 25%. "L’IA potenzia il lavoro umano, non lo elimina", afferma il CEO.
Anche nel campo della selezione del personale, i nuovi strumenti si stanno facendo strada: una società italiana, la nCore Hr, ha introdotto “Claire”, un agente di IA in grado di gestire in autonomia ricerca di personale, valutazione e interazione con i candidati. La piattaforma è in grado di elaborare oltre 27.000 curricula al giorno e automatizzare il 60% delle attività. Con tale supporto, le piccole aziende che cercano personale possono fare a meno di istituire uffici interni di Risorse umane (HR) e riservare la valutazione personale dei decisori a una short list di profili già ampiamente scremati e selezionati.

Ma neanche la cucina è indenne dall’invasione dell’IA: oggi sofisticati macchinari sono in grado di assolvere sia il ruolo di chef che quello di camerieri. Una startup di Reggio Emilia, Robomagister, ha inventato, prodotto e messo in commercio Liffo, un robot poco più grande di una friggitrice ad aria che non solo cucina i piatti, ma li pensa, li conserva e li programma.
Come si vede da questi pochi esempi, si sta creando un grande divario fra paura, formazione e opportunità perse.
Nonostante i successi, infatti, il 63% delle PMI italiane non investe in IA per: costi percepiti (ma ci sono fondi UE che coprono fino all’80%); resistenza culturale ("Abbiamo sempre fatto così"); mancanza di competenze (solo il 12% delle scuole offre corsi su IA).
In realtà esistono progetti come "AI for Italy" (formazione gratuita) e i Digital Innovation Hub, che aiutano le PMI ad adottare l’IA senza costi proibitivi.
Mai come in questo caso, chi si ferma è perduto. Le cose da fare, in estrema sintesi, sono tre semplici mosse. La prima è sperimentare, ovvero partire da un progetto pilota (es.: automatizzare un processo ripetitivo). La seconda è formare, cioè investire in corsi su IA, analisi dati e soft skills. E infine chiedere aiuto, vale a dire usare i Digital Innovation Hub per supporto gratuito.
L’Intelligenza Artificiale non è uno tsunami. È una marea che solleva alcune barche e ne lascia arenare altre. La differenza? C’è chi ha il coraggio di salpare e chi resta a guardare la riva.
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